SOCIOLOGIA DEI SOCIAL
Social media e comportamento umano: quanto ci cambiano davvero?
Pensiamo di utilizzare i social. Ma mentre li utilizziamo, cosa succede al nostro comportamento?
Apriamo Instagram mentre aspettiamo il caffè.
Controlliamo Facebook durante una pausa.
Entriamo su TikTok per vedere un video e, quando rialziamo lo sguardo, ne abbiamo guardati venti.
Mettiamo un like. Leggiamo un commento. Osserviamo la vita di qualcuno. Ci confrontiamo.
Sono gesti diventati talmente normali da non essere quasi più percepiti come azioni consapevoli.
Ed è proprio qui che, da sociologa, trovo interessante osservare i social media.
Perché siamo abituati a considerarli strumenti di comunicazione, mentre sono diventati qualcosa di molto più complesso: veri e propri ambienti sociali.
Ambienti nei quali costruiamo identità, osserviamo gli altri, riceviamo approvazione, scopriamo modelli di comportamento, ci informiamo e interpretiamo una parte della realtà.
La domanda, allora, non è più soltanto:
quanto tempo trascorriamo sui social?
Ma:
cosa succede ai nostri comportamenti durante il tempo nel quale siamo attivi sulle piattaforme?
I social non hanno inventato il confronto sociale
Confrontarsi con gli altri non nasce con Instagram.
La psicologia sociale studia questo processo da decenni e una recente meta-analisi di 79 studi randomizzati, con oltre 1,3 milioni di partecipanti, ha confermato che il confronto sociale può effettivamente produrre piccoli cambiamenti comportamentali.
Quello che i social hanno modificato è soprattutto la scala del confronto.
Un adolescente di quarant’anni fa poteva confrontarsi principalmente con compagni, amici, personaggi televisivi e persone appartenenti al proprio ambiente sociale.
Oggi il termine di paragone potenziale è infinito.
Corpi.
Carriere.
Case.
Relazioni.
Viaggi.
Successo.
Genitorialità.
Stili di vita.
E tutto questo è sempre a portata di mano o di tasca.
Una meta-analisi pubblicata nel 2026 ha rilevato una relazione positiva, ma modesta e fortemente dipendente dal contesto, tra problematic social media use e confronto sociale. Un risultato importante proprio perché ci impedisce di semplificare: non tutti reagiamo allo stesso modo e non tutti i confronti producono necessariamente conseguenze negative.
Adolescenza: “Chi sono?” oppure “Come mi vedono?”
Nell’adolescenza appartenenza e giudizio dei pari assumono un’importanza particolare.
E i social moltiplicano le occasioni attraverso cui ricevere entrambi.
Like, commenti, visualizzazioni e follower rendono visibile e, apparentemente, quantificabile una parte del riconoscimento sociale.
Uno studio condotto su adolescenti nella loro quotidianità ha mostrato una realtà interessante: i confronti “laterali”, cioè con persone percepite come simili, erano molto più frequenti di quelli verso persone considerate superiori o inferiori. Quando però si verificavano confronti verso l’alto, erano associati nel momento stesso a valutazioni peggiori della propria autostima.
Questo non significa che Instagram abbassi automaticamente l’autostima.
Significa che dobbiamo comprendere quali esperienze vivono i ragazzi all’interno delle piattaforme, non limitarci a contare le ore trascorse davanti allo schermo.
Dai 18 ai 29 anni: la vita diventa una performance?
Crescendo cambia l’oggetto del confronto.
Non è più soltanto:
“Come appaio?”
Può diventare:
“Dove sono arrivato?”
Il lavoro dell’amico.
Il viaggio del collega.
La relazione apparentemente perfetta.
La casa.
Il corpo.
Il successo professionale.
Il progetto imprenditoriale.
Sappiamo perfettamente che ciò che vediamo online è una selezione.
Eppure possiamo finire per confrontare la nostra quotidianità completa con la selezione migliore della vita degli altri.
La ricerca sul confronto sociale online mostra però effetti eterogenei: alcune persone ne risentono negativamente, altre possono trovare ispirazione o motivazione. Contesto, caratteristiche personali e modalità di utilizzo fanno la differenza.
Dai 30 ai 44 anni: la pressione del “devo riuscire a fare tutto”
L’identità digitale entra progressivamente in contatto con quella professionale.
Carriera.
Famiglia.
Benessere.
Viaggi.
Sport.
Genitorialità.
Successo economico.
Il confronto diventa multidimensionale.
E nasce un fenomeno che trovo particolarmente interessante: la performance visibile.
Non basta più fare.
Sembra quasi necessario dimostrare di stare facendo.
Il lavoro deve essere raccontato.
L’allenamento documentato.
Il viaggio condiviso.
Il successo mostrato.
Non perché qualcuno ce lo imponga esplicitamente, ma perché osserviamo continuamente ciò che gli altri rendono visibile.
Ed è qui che il social diventa una sorta di grande palcoscenico della quotidianità.
Dai 45 ai 64 anni: non confrontiamo soltanto le vite. Confrontiamo le realtà.
In questa fase assume particolare importanza un’altra funzione dei social: l’informazione.
Politica, salute, economia, cronaca, territorio.
Ma il feed non è una fotografia neutrale di ciò che sta accadendo nel mondo.
È una selezione.
Gli algoritmi determinano quali contenuti acquistano maggiore visibilità e la ricerca mostra che modificare il sistema di ranking può modificare sensibilmente ciò a cui gli utenti vengono esposti. Questo, però, non significa automaticamente modificare le loro convinzioni: un grande esperimento condotto durante le elezioni americane del 2020 cambiò il feed di alcuni utenti da algoritmico a cronologico, modificando esposizione e tempo trascorso sulle piattaforme, senza rilevare cambiamenti significativi su diverse importanti opinioni politiche nel periodo osservato.
È un risultato prezioso.
L’algoritmo conta.
Ma l’essere umano non è una marionetta dell’algoritmo.
Over 65: i social possono anche avvicinare
Arriviamo infine a una fascia che spesso viene raccontata soltanto attraverso i rischi digitali.
E invece la realtà è molto più interessante.
Per una persona anziana un social network può significare mantenere il contatto con figli e nipoti, ritrovare persone lontane, partecipare a gruppi, coltivare interessi e contrastare alcune forme di isolamento.
Una revisione sistematica di 64 studi sugli over 65 ha riscontrato associazioni generalmente positive tra uso dei social e alcuni risultati psicosociali negli studi trasversali. Ma gli studi longitudinali hanno prodotto risultati misti: ancora una volta, quindi, non possiamo trasformare un’associazione in causalità.
Quindi i social ci cambiano?
Probabilmente la domanda è posta male.
Perché ogni ambiente sociale influenza i nostri comportamenti.
La famiglia.
La scuola.
Il gruppo dei pari.
Il luogo di lavoro.
La città.
E oggi anche l’ambiente digitale.
I social hanno però una caratteristica nuova: quell’ambiente viene continuamente personalizzato sulla base delle nostre interazioni.
Io modifico il feed con il mio comportamento.
Il feed modifica ciò che vedo.
Ciò che vedo può influenzare il mio comportamento successivo.
E il ciclo ricomincia.
La sfida non è quindi demonizzare i social.
È diventare più consapevoli dell’ambiente sociale che stiamo costruendo ogni volta che tocchiamo uno schermo.
Perché forse non dobbiamo soltanto imparare a usare i social.
Dobbiamo imparare a capire cosa ci succede mentre li usiamo.